C’era una strada possibile per questo progetto.
Era una strada concreta, rassicurante, già tracciata.
Non era sbagliata. Ma a un certo punto ho capito che non era quella giusta per me.
Lavorando su Ted con il grafico che l’editore mi aveva affiancato, mi sono accorta che stavo cercando di adattare il progetto a un contesto che non riusciva davvero a contenerlo. Le cose procedevano, ma senza spazio, senza slancio, senza quella possibilità di crescita che sentivo necessaria.
Più che accompagnato, avevo la sensazione che il mio progetto venisse tenuto fermo.
Per un po’ mi sono sentita ingrata.
L’editore era arrivato come amico di famiglia, e questo rendeva tutto più delicato.
Ma ho capito che non poteva essere questo il criterio decisionale.
Le carriere artistiche non sopravvivono ai compromessi sbagliati fatti “per non dispiacere”.
Allora mi sono fermata e mi sono chiesta:
se questo fosse un editore qualunque, cosa gli direi?
Il compito di un editore è aiutare un autore a esprimere al massimo le proprie qualità.
E io non sentivo di avere una direzione editoriale forte.
Il mio progetto è nato da una visione chiara, e io sono in cerca di un editore che quella visione sappia amplificarla, non diluirla.
Così ho iniziato a fare una ricerca di editori potenzialmente interessati ai miei racconti. Dopo aver inviato la presentazione di Ted ad alcuni di loro, è arrivata una sensazione di tristezza inattesa.
Poi ho capito che quella tristezza non diceva:
“Non ce la farai.”
Diceva:
“Ti sei esposta.”
E questo mi ha fatto paura. Ma ho capito anche che era giusto così.
Finché qualcosa è sicuro, approvato, riuscito,
può essere raccontato,
è socialmente leggibile,
non espone.
Quando invece dici:
ho scelto di lasciare una strada sicura senza sapere dove arriverò,
ti esponi senza protezione.
È una cosa che
non ci viene insegnata,
non è premiata dagli algoritmi,
ma è profondamente umana.
Il timore non è debolezza.
È il segnale che sto facendo una scelta vera, non performativa.
Una scelta che nasce dal riconoscimento di un limite e dall’accettazione dell’incertezza come parte del processo.
Questa non è fragilità esibita.
Condividere questo passaggio non è un modo per raccontare una difficoltà, ma per restituire una parte autentica del processo creativo: quella in cui si sceglie di non forzare, di aspettare, di rischiare l’incertezza pur di restare fedeli al proprio lavoro.
Raccontare il processo non serve a “mostrare il brutto”.
Serve a ricucire l’immagine pubblica con l’esperienza reale.
E questo, per chi crea, è una forma di sollievo.
Sto scegliendo la verità del lavoro, non la sua immagine.
È una scelta che, anche se ora mi fa tremare, so che mi renderà più libera.
Questo articolo
non è pensato per “andare bene”,
non è pensato per piacere a tutti,
non è un contenuto strategico.
È un atto di coerenza verso me stessa.
Non so ancora dove mi porterà questa scelta.
So però che è questa la strada che voglio percorrere.
S.





Lascia un commento